A tu per tu con David Moss

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A tu per tu con David Moss

Se dovessi realmente scrivere quella che è stata l’intervista con il giocatore americano, recentemente acquistato dall’Olimpia Milano 1936 dal Siena e punta di diamante di alcune tra le più importanti squadre di basket di serie A, probabilmente ne verrebbe fuori un offside senza precedenti. Incontro David Moss al Palalido di Milano mentre sta terminando il suo allenamento; fuori in piazzale Lotto i tifosi del Milan e quelli dell’Aiax si accoltellano, praticamente davanti ai miei occhi. Moss esce dopo poco e, per onor di cronaca, definirlo di una bellezza imbarazzante non gli rende merito. Mi presento a lui il quale impegnato con il suo iPhone non mi degna neppure di un saluto; cammina spedito verso il piazzale, tra la nebbia, il freddo pungente, la marea umana che cammina verso San Siro e le autoambulanze a sirene spiegate. Mi fa capire che ha poco tempo e che, l’intervista la vuol fare in lingua inglese, sebbene lui parli correttamente italiano; cerco, un po’ a fatica di fargli qualche domanda:

Sei da poco arrivato a Milano, come ti trovi ?

“Good”

Sei fidanzato?

“No”

Ti manca la tua famiglia che vive in America?

“Yes”

Dicono che tu sia un sex symbol, ti si addice questa cosa?

“I don’t know”

Milano fa rima con movida, vita notturna, locali, veline ecc. esci spesso la sera?

“No”

Tra le donne dello star system più gettonate ci sono Monica Bellucci, Belen Rodriguez, Elisabetta Canalis. Qual è il tuo genere?

” I don’t know these women”

Cosa fai nel tuo tempo libero?

” Nothing”.

A questo punto sparisce, tra la foschia della periferia milanese ed io rimango allibita, incredula. Avrei voluto fare un buon lavoro ma, per la prima volta, mi son trovata di fronte ad un interlocutore difficile, per nulla disponibile e alquanto imbarazzante. Ritorno in hotel e aprendo il tablet trovo una sua mail nella quale mi scrive di essere a disposizione per altre domande. ” Veramente mi devi ancora rispondere a quelle che ti ho fatto” gli scrivo e lui, rigorosamente nella sua lingua madre, mi congeda con un lapidario:” your fault. I’ve done the wrong question”. Il proseguo lo tengo rigorosamente per me: ottimo giocatore, bello da togliere il fiato ma spesso non basta, esistono la buona educazione, il rispetto ed una serie di regole del saper vivere che, probabilmente, al bel David,devono essere sfuggite.

M.Beatrice Baratto

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2019-03-27T16:48:42+00:00 Gennaio 3rd, 2014|Interviste, Press|0 Comments

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